Per capire perché “malvagie” è la soluzione standard, bisogna ricordare una regola d’ortografia molto pratica, oggi insegnata in tutti i prontuari. Quando i nomi e gli aggettivi femminili terminano in -cia o -gia con i non accentata, il plurale si forma in due modi, a seconda della lettera che precede c/g: se prima c’è una vocale, la i si mantiene e si ottiene -cie/-gie; se prima c’è una consonante, la i si elimina e si ha -ce/-ge. Così si spiegano coppie come “camicia → camicie” e “valigia → valigie” (vocale prima di -cia/-gia, i conservata), ma anche “roccia → rocce”, “spiaggia → spiagge”, “selvaggia → selvagge” (consonante prima di -cia/-gia, i caduta). “Malvagia” rientra nel primo schema, perché il gruppo -gia è preceduto da a, dunque il plurale atteso è “malvagie”. La Crusca formula proprio in questi termini la distinzione, facendo di “malvagia → malvagie” un esempio paradigmatico.
Dal punto di vista fonetico-ortografico la regola è trasparente. Nel singolare “malvagia” la i serve a “indolcire” la g davanti alla a (senza quella i leggeremmo malvaga); al plurale, quando la sillaba successiva è -e, la g sarebbe già dolce da sola, ma la tradizione grafica contemporanea conserva la i quando davanti a gia sta una vocale. È lo stesso motivo per cui scriviamo “grigia → grigie” e non grige. La scheda Crusca è chiara nell’affermare che il criterio oggi in uso è “ortografico”, non fonetico “puro”: la norma chiede di tener conto della lettera che precede il nesso -cia/-gia.
Resta però un dato di fatto che è bene non ignorare quando si scrive con orecchio ai dizionari: alcuni lemmi hanno, storicamente o per evoluzione d’uso, doppi plurali. È noto il caso di “valigia”, che accetta “valigie” e “valige”; di “ciliegia”, con “ciliegie” e “ciliege”; e della stessa “provincia”, accanto a “province” è rimasta viva “provincie” in molti testi. La Crusca, pur ribadendo la regola generale, riconosce che quelle varianti sono “ormai usate e largamente accettate”. È in questo paesaggio che Treccani ammette “malvàgio … (pl. f. -gie o -ge)”: non perché la regola cambi, ma perché la lessicografia fotografa anche una variazione tollerata. Se stai redigendo un testo scolastico, amministrativo o giornalistico e vuoi allinearti a una linea pienamente condivisa, preferisci “malvagie”; se invece stai commentando un passo d’autore o segui uno stile lessicografico più elastico, sappi che “malvage” è registrato da Treccani e da altre opere d’uso, pur restando meno comune.
È utile, per non inciampare in analogie fuorvianti, contrapporre “malvagia” a “selvaggia”. In “selvaggia” il gruppo -ggia è preceduto da consonante: al plurale la i cade ed ecco “selvagge”. In “malvagia” il gruppo -gia è preceduto da vocale: la i si conserva ed ecco “malvagie”. La giustapposizione chiarisce perché l’orecchio, talvolta, spinga qualcuno verso malvage con l’idea di “somigliare” a “selvagge”: sono schemi diversi della stessa regola, e applicarli per somiglianza formale è l’errore tipico che nei testi si nota subito. La scheda Crusca include entrambe le voci (“selvaggia → selvagge” e “malvagia → malvagie”) proprio per insegnare a distinguere i casi.
Un’ultima annotazione riguarda la norma d’uso. Le opere lessicografiche non sono sempre uniformi: Treccani e Garzanti riportano la doppia possibilità del femminile plurale (“-gie o -ge”), mentre il Sabatini-Coletti indica solo “-gie”. È normale che i dizionari, specie in voci molto comuni, scelgano politiche redazionali diverse: alcuni fotografano più da vicino la varietà d’uso, altri propongono la soluzione considerata preferibile sul piano didattico. Se devi scegliere una sola forma per tutto un testo, la via maestra resta “malvagie”; se, in citazione o per ragioni stilistiche, incontri “malvage”, la puoi considerare variante attestata ma non oggi dominante.
Negli usi ordinari, quando descrivi più persone o cose, la grafia naturale è con la i: in un profilo letterario si può scrivere che “le streghe malvagie del racconto custodiscono un patto antico”, e l’aggettivo femminile plurale scorre senza incertezze. In una scheda di storia medievale, l’autore può osservare che “le congiure malvagie della nobiltà locale segnarono la fine del principato”, dove il valore morale dell’aggettivo sostiene il tono della frase. In un resoconto di cronaca, è del tutto regolare leggere: “Secondo i testimoni, le intenzioni malvagie del gruppo erano chiare fin dal primo messaggio”, con il plurale che concorda sia con il soggetto sia con il registro informativo.
Anche nei testi argomentativi “malvagie” è la scelta standard: in un saggio etico si può sostenere che “le azioni malvagie non si spiegano sempre con il tornaconto personale, ma talora con l’indifferenza”, e la costruzione resta limpida; in un compito scolastico, una chiusa come “le regine malvagie delle fiabe rappresentano paure infantili che impariamo a nominare” mostra l’aggettivo in funzione di chiave interpretativa; in un parere legale, una formula del tipo “le condotte malvagie contestate all’imputato non trovano sufficiente riscontro” unisce tecnicità e correttezza ortografica. Nella lingua d’uso, l’aggettivo lavora bene anche con nomi astratti: “le conseguenze malvagie di una scelta superficiale”, oppure con soggetti inanimati personificati, come in “le nubi malvagie di ottobre coprirono la città”.
Nella narrazione si possono alternare registri e sfumature senza mai mettere a rischio la grafia: “Dai ritratti uscivano risate malvagie che spegnevano il silenzio del corridoio” funziona in una prosa gotica; “le sorelle malvagie avevano un’aria di trionfo” ha un colore favolistico; “le voci malvagie del mercato incolpavano chiunque capitasse” sposta l’aggettivo su un piano più figurato. Persino nel parlato trascritto, dove la semplificazione grafica tenta molti, vale la pena di mantenere la forma sorvegliata: “Non sono malvagie, solo arrabbiate”, frase che suona quotidiana e ortograficamente impeccabile.
Se vuoi mostrare la regola attraverso un contrasto, puoi accostare l’aggettivo a una parola che segue l’altro schema: “Le creature malvagie popolarono le selvagge foreste del Nord”. Qui “malvagie” conserva la i perché in “malvagia” -gia è preceduto da vocale, mentre “selvaggia” perde la i perché -ggia è preceduto da consonante; l’effetto è didattico e perfettamente regolare. Questa alternanza, molto utile in classe o in manuali, aiuta a fissare il criterio senza ricorrere a elenchi.
Quanto alla variante “malvage”, puoi incontrarla in citazioni o in scelte d’autore che privilegiano un’intonazione più antica o più scabra; in questo caso ha senso una frase come: “Nel capitolo quinto l’autore parla delle ‘streghe malvage’ che incantano il villaggio”, dove il contesto letterario giustifica la scelta; oppure, in una nota filologica, “le lezioni manoscritte oscillano tra ‘malvagie’ e ‘malvage’”. In prosa moderna non specialistica, però, la resa consigliata resta “malvagie”, che garantisce uniformità con i prontuari scolastici e con l’uso più diffuso. La doppia possibilità registrata da alcuni lessici non obbliga, anzi consente di preferire la soluzione più standard senza timori.
In conclusione, se ti stai chiedendo “Malvagie o Malvage?”, la risposta più semplice e sicura per la scrittura di ogni giorno è “malvagie”. Lo impone la regola che governa i plurali in -cia/-gia con i non accentata preceduta da vocale, ampiamente riconosciuta dai repertori; e lo conferma la prassi editoriale che privilegia le forme regolari. Sapere però che “malvage” è variante registrata ti evita giudizi troppo drastici quando la incontri in citazioni o in testi che seguono una linea lessicografica più larga. Per lo studente, per il redattore e per chiunque voglia scrivere bene, la bussola resta chiara: “malvagie” è la scelta normale; tutto il resto va ponderato in base al contesto e alla fonte.