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di Luca Piccini

Ce la faremo o C’è la faremo – Come Scrivere

Treccani spiega che la particella pronominale ci davanti a lo, la, li, le, ne diventa ce: da qui le sequenze ce lo, ce la, ce li, ce le, ce ne. Inoltre, tra i verbi pronominali lessicalizzati, è registrato farcela (‘riuscire’), costruito proprio con ce + la. Per contro, c’è è la forma presentativa del verbo esserci (“ci è”), usata per indicare esistenza o presenza; non ha nulla a che fare con il gruppo pronominale ce la. Dunque la grafia corretta è ce la faremo; c’è la faremo mescola impropriamente il presentativo c’è con un futuro e risulta scorretta.

La chiave del problema sta tutta nella natura dei clitici e, in particolare, nella resa grafica di ci/ce. In italiano i clitici sono particelle atone che si appoggiano a un verbo o ad altri clitici; tra questi ci sono i pronomi personali atoni, come mi, ti, si, ci, vi, e le particelle ne e lo/la/li/le. Quando i clitici si combinano, subiscono adattamenti fonologici e grafici: Treccani riassume la regola in modo esplicito, notando che la i di mi, ti, si, ci, vi diventa e davanti ai clitici accusativi lo, la, li, le e al genitivo ne; quindi ci → ce in ce lo, ce la, ce ne. È proprio questa regolarità a generare la sequenza ce la.

Su questa base morfosintattica fioriscono i verbi pronominali: combinazioni verbo + clitico che hanno acquisito un significato nuovo rispetto al verbo di partenza. La stessa Enciclopedia dell’Italiano include farcela tra i verbi con suffisso -cela, insieme ad avercela: in tali casi ce non ha più un valore referenziale vero e proprio, ma concorre a formare un’unità lessicale dal senso autonomo. Per l’uso corrente, farcela significa appunto ‘riuscire, cavarsela’: ce la faccio, ce la farà, ce l’ha fatta, non ce la facciamo più. Ne consegue che il futuro ce la faremo è semplicemente la flessione di un verbo pronominale codificato.

Chiarito che cosa sia ce la, è altrettanto importante sgombrare il campo dal fraintendimento più comune: c’è. In Treccani, alla voce ci (grammatica), trovi esempi come “C’è qualcuno in casa?”, dove c’è è fusione grafica di ci è e funge da presentativo di esserci; la pagina mostra anche che in alcuni casi l’uso di ci è obbligatorio nelle catene “ce l’hai? – ce l’ho”. In nessun punto, però, c’è può sostituire ce davanti a la per comporre ce la. “C’è” introduce esistenza o presenza (“c’è tempo”, “c’è un problema”), mentre ce è il clitico che, davanti a la, forma il gruppo pronominale richiesto da farcela. “C’è la faremo” risulta quindi un ibrido tra un presentativo e una forma verbale al futuro: non sta in piedi né sul piano sintattico né su quello semantico.

A consolidare il quadro, il Vocabolario Treccani alla voce ci¹ precisa nettamente: “davanti a lo, la, le, li, ne assume la forma ce: ce lo vedo, ce ne occorre”. È la conferma lessicografica della regola combinatoria che rende obbligatorio ce la e che spiega perché l’italiano non ammetta ci la neppure come variante. La medesima regola compare in tabelle d’uso didattiche (ad es. le schede Zanichelli sui pronomi combinati), dove nella riga di ci si leggono proprio ce lo, ce la, ce li, ce le, ce ne.

Quanto al valore di farcela, la stessa Treccani ricorda che questi verbi pronominali sono lessicalizzati: il contributo dei clitici non si traduce sempre in un referente concreto, ma crea un nuovo lemma con significato proprio. Nella pratica, ce la fare regge normalmente un infinito introdotto da a (“Ce la faremo ad arrivare in tempo”), ma l’uso puro assoluto (“Ce la faremo”) è perfettamente idiomatico quando il contesto fornisca l’obiettivo sottinteso. In molti casi si alternano anche costruzioni implicite (“Sento di farcela”) che la grammatica dell’italiano considera legittime.

Resta infine un dettaglio grafico di cui spesso si discute: l’apostrofo. Nella sequenza ce la faremo non si apostrofa nulla, perché la precede un verbo che inizia per consonante e rimane forma piena. L’apostrofo è invece normale quando la prevede elisione davanti a una forma di avere che inizia per vocale: ce l’ho, ce l’hai, ce l’ha. Una consulenza Treccani ricorda, proprio a proposito di l’ho, che la grafia univerbata con l’ è una scelta pienamente corretta e preferibile rispetto a lo ho; ma questa osservazione riguarda per l’appunto le forme di avere, non il futuro faremo.

Una formula di incoraggiamento, rivolta a un gruppo di colleghi alla fine di una giornata complicata, suona così: “Abbiamo accumulato ritardo, ma recuperiamo domani: ce la faremo”. Qui l’ellissi dell’obiettivo è naturale, perché la conversazione lo ha già definito; la forza dell’espressione sta proprio nella compattezza del verbo pronominale, che trasmette fiducia.

Nel registro istituzionale, un sindaco potrebbe chiudere un comunicato con queste parole: “I cantieri ci mettono alla prova, ma gli interventi sono necessari: ce la faremo a restituire il centro storico ai cittadini entro l’estate”. L’aggiunta di a + infinito specifica lo scopo e rende più preciso l’impegno, senza alterare la struttura pronominale.

Nell’ambito scolastico, un’insegnante incoraggia la classe prima di una prova: “Avete studiato con costanza, avete fatto esercizi mirati: ce la farete a gestire il tempo e a rispondere con calma”. La persona cambia, la meccanica resta identica: ce + la davanti a una forma di fare che porta il tempo e la persona.

In un contesto sportivo, l’allenatore potrebbe dire all’intervallo: “Siamo sotto di due reti, ma la partita è lunga: se continuiamo a muovere palla, ce la facciamo a rientrare in partita”. Il presente sottolinea l’idea di possibilità concreta; l’uso postverbale del sintagma (“ce la facciamo a…”) è del tutto regolare.

In ambito sanitario, durante un percorso di riabilitazione, il fisioterapista rassicura: “I progressi sono lenti ma costanti: con esercizi quotidiani ce la farà a recuperare la piena mobilità”. L’oggetto dell’impegno è esplicitato e l’accordo di persona segue il soggetto singolare.

Nella narrativa, l’espressione funziona bene anche in chiave emotiva: “Stringeva i denti e ripeteva tra sé: ‘Ce la farò’, mentre la luce dell’alba cominciava a filtrare tra le imposte”. Qui il valore performativo dell’autoincoraggiamento si lega alla forza idiomatica di farcela.

Nel linguaggio giornalistico, la frase conserva la sua naturalezza: “Il cantiere ha subito rallentamenti, ma il direttore lavori assicura che ce la faranno a rispettare la data di consegna”. L’informazione è neutra e amministrativa, e l’uso di farcela rende meglio di qualunque perifrasi l’idea di riuscita.

Sul piano familiare, in una chat tra amici, un messaggio può recitare: “Tra traffico e meteo è una giungla, però se partiamo adesso ce la facciamo ad arrivare per il primo tempo”. Il tono colloquiale non giustifica scorciatoie grafiche: nessun apostrofo, nessuna univerbazione scorretta.

Anche le forme negative illustrano bene il funzionamento del verbo: “Senza un’ora in più, non ce la faremo a impacchettare tutto entro stasera”, dove la negazione precede il gruppo pronominale e mantiene compatto il blocco ce la. In forma passata, il valore risultativo è altrettanto naturale: “Dopo mesi di tentativi, finalmente ce l’abbiamo fatta”, con l’apostrofo che indica l’elisione di la davanti ad abbiamo.

Nei testi argomentativi, l’espressione può aprire o chiudere un ragionamento: “Se le misure saranno accompagnate da investimenti mirati, ce la faremo a ridurre i tempi di attesa”, frase che, in uno stile controllato, preferisce la semplicità di una formula ormai standard.

Per finire, vale un confronto che fissa definitivamente la norma grafica. Se sto salutando qualcuno che incontro la sera, posso dire “Buonasera”; ma quando mi congedo e voglio esprimere un augurio letterale, scriverò “buona serata”, non buonaserata. Analogamente, quando voglio esprimere la riuscita, scriverò ce la faremo, non c’è la faremo: c’è appartiene al verbo esserci e introduce altro tipo di informazione (“c’è tempo”, “c’è un problema”), mentre ce la è il gruppo pronominale richiesto da farcela. La grammatica e i dizionari sono univoci su questo punto: ci diventa ce davanti a lo, la, li, le, ne, e farcela è un verbo pronominale pienamente codificato; da qui la sola grafia corretta: ce la faremo.

Per un ultimo controllo, le pagine Treccani appena richiamate mostrano sia la regola combinatoria (ci → ce davanti a lo/la/li/le/ne) sia l’esistenza e l’uso obbligato di catene come ce l’ho, non c’è lo; il che rende evidente che il ce pronominale e il c’è presentativo sono due cose diverse, da non confondere. Se ti tieni a questa bussola, non “sbaglierai” mai più: “Ce la faremo” è giusto, chiaro e italiano al cento per cento.

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Laureato in lettere classiche, formatore nel campo della comunicazione e grande appassionato di rete.

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