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di Luca Piccini

Acquerelli o Acquarelli – Come Scrivere

La forma preferibile è acquerello, fedele al modello toscano; tuttavia acquarello è accettabile. Il Vocabolario Treccani conferma nel lemma che acquerèllo ha la variante acquarèllo; dunque, per il plurale, coesistono acquerelli e acquarelli. Anche il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia) registra entrambe le forme e ne fornisce la pronuncia, a riprova della doppia grafia ammessa. Perfino la voce enciclopedica su Treccani, dedicata alla tecnica pittorica, indica acquerello con la variante tra parentesi “(o acquarello)”.

Nella prima parte conviene chiarire bene perché la grafia acquerelli sia quella oggi preferita e perché acquarelli resti, pur registrata, meno raccomandabile nei testi neutri. La famiglia di parole che ruota intorno a acqua mostra un’alternanza grafica storicamente spiegabile: quando il nesso /kw/ si incontra con una vocale successiva che non è i o e, l’italiano ricorre a qu (come in acqua, acquario); quando invece compare una e che fa da ponte verso un’altra sillaba, il toscano tradizionale ha spesso preferito scrivere que per segnare chiaramente la sillabazione e la pronuncia [kwe]. Ecco perché molti composti e derivati oscillano tra soluzioni con qua e con que, ma l’uso colto e scolastico ha consolidato acquerello come forma modello: la grafia con que rispecchia il trattamento “toscaneggiante” del gruppo, che la lessicografia pone in primo piano come norma di riferimento. La stessa scheda di Treccani lo dice senza mezzi termini: acquerello è la forma preferibile; acquarello resta possibile ma non è la prima scelta.

Dal punto di vista fonografico, la differenza tra le due grafie non porta a equivoci di significato. Acquerello scandisce la sequenza ac-que-rèl-lo e rende visibile in scrittura il passaggio [kwe]; acquarello visualizza invece la composizione etimologica acqua + -ello, con il confine morfologico subito percepibile dopo acqua. In entrambi i casi parliamo della medesima tecnica pittorica e, per estensione, dei colori in pastiglie o in tubetto usati per quella tecnica, nonché dei dipinti realizzati con quel mezzo. Lo si vede nel lemma del Vocabolario Treccani, che definisce acquerello (o acquarello) come la “tecnica di pittura” e, al secondo significato, come il “quadro, disegno dipinto all’acquerello”, includendo pure la locuzione fissa “ad acquerello”. La presenza della doppia grafia anche nelle opere enciclopediche rafforza l’idea che la scelta non sia questione di giusto/sbagliato in assoluto, ma di preferenza normativa e registro.

C’è poi un dettaglio utile per chi vuole scrivere con sicurezza in contesti formali, scolastici o redazionali: nei testi non marcati, quelli che vogliono aderire alla prassi più condivisa, è consigliabile adottare sistematicamente acquerello e, al plurale, acquerelli. Questa coerenza evita alternanze fastidiose in pagina e si accorda con la raccomandazione delle grammatiche d’uso. La variante acquarello/acquarelli può affiorare in citazioni d’autore, in materiali editoriali che mantengono scelte tradizionali, o in testi in cui si voglia evidenziare la trasparenza etimologica “acqua + -ello”; ma anche in questi casi vale la pena di domandarsi se la scelta non introduca una nota inconsapevolmente arcaizzante. Per chi cura la pronuncia oltre che la grafia, il DOP offre un ulteriore appiglio: presenta entrambe le forme con la relativa resa fonetica, segnalando che la doppia lezione è viva e tracciabile nel modello dell’italiano standard.

Un altro aspetto pratico riguarda la piccola rete di derivati e locuzioni. Il verbo acquerellare compare regolarmente nei dizionari, e anche per lui Treccani segnala la variante acquarellare: è un indizio di come la doppia grafia si propaghi coerentemente nella famiglia lessicale, pur con la stessa preferenza d’uso a favore della forma con que. Inoltre, nella lingua comune sono frequenti le locuzioni ad acquerello e in acquerello per indicare la tecnica impiegata o l’effetto cromatico ottenuto, e i repertori le documentano accanto al sostantivo. Avere presenti queste combinazioni aiuta a evitare scivoloni in un testo tecnico, in una didascalia museale o in una scheda didattica.

In definitiva, se ti stai chiedendo come scrivere il plurale, la regola discende in modo lineare dal singolare: chi adotta acquerello avrà acquerelli; chi, per ragioni stilistiche o di citazione, usa acquarello, avrà acquarelli. Ciò che conta, più che scegliere una volta per tutte tra le due opzioni, è mantenere coerenza interna in uno stesso testo. Il criterio di coerenza, insieme alla preferenza d’uso a favore della forma con que, produce testi più puliti e conformi all’aspettativa dei lettori. Per riconferma, basta tornare alla scheda di Treccani che, senza demonizzare la variante, indica qual è la grafia da preferire.

Passiamo ora agli esempi d’uso corretti, così da fissare la scelta grafica nella pratica della scrittura. Immagina la didascalia di una mostra: “La sala introduce ai paesaggi inglesi eseguiti ad acquerello tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento; in vetrina sono esposti i taccuini con cui i pittori studiavano i riflessi sull’acqua”. In un catalogo di materiali scolastici, la riga prodotto suona naturale: “Confezione da 24 acquerelli in pastiglia, colori brillanti e facilmente miscelabili”. In un corso di pittura per principianti, l’insegnante può scrivere: “Per l’esercizio di oggi bastano carta da 300 g/m², un set di acquerelli base e due pennelli a punta tonda”. In una recensione d’arte, la frase mantiene la stessa linearità: “L’artista alterna chine e acquerelli, lavorando per velature trasparenti che lasciano intravedere la trama della carta”. In un manuale, il capitolo introduttivo potrebbe cominciare così: “A differenza delle tempere, gli acquerelli non coprono ma velano, e richiedono controllo del rapporto tra acqua e pigmento”.

In cronaca culturale, la forma resta la stessa: “Il workshop sugli acquerelli botanici ha registrato il tutto esaurito: i partecipanti hanno realizzato studi di foglie e corolle, curando i passaggi di tono”. In un comunicato di un’associazione, il plurale si comporta senza sorprese: “La donazione comprende sei acquerelli e due incisioni all’acquatinta, tutti firmati dall’autore e datati tra il 1928 e il 1931”. Nel linguaggio della scuola, una consegna efficace può essere: “Scegli un soggetto dal vero e prova tre stesure in acquerello: bagnato su asciutto, bagnato su bagnato e velature successive”. Nella narrativa, l’aggettivo derivato lavora bene: “Luce acquerellata filtra tra i platani, e il viale sembra sospeso in una pioggia di polvere dorata”, frase che allude all’effetto trasparente tipico del mezzo.

Se ti capita di leggere o di dover citare la variante con qua, puoi farlo in modo consapevole senza forzare la mano. In una nota filologica a un testo d’inizio Novecento, nessuno storcerà il naso di fronte a: “L’edizione del 1911 adotta regolarmente la grafia acquarelli, conforme alla serie ‘acqua, acquarello, acquarellare’ che l’autore prediligeva”. In uno scritto che imita lo stile di un catalogo d’epoca, ha senso una frase come: “Gli acquarelli del pittore torinese furono lodati per l’aria luminosa e le ombre sparse appena, come timide piume”. Ma se devi redigere un bando, un atto amministrativo, una pagina di manuale o un articolo scolastico, è opportuno rientrare nel solco standard e scrivere acquerelli, mantenendo la stessa scelta in tutto il testo.

In conclusione, alla domanda “Acquerelli o Acquarelli?”, la risposta migliore per l’italiano d’oggi è: acquerelli. È la forma preferibile, indicata dalle grammatiche e dai vocabolari come linea guida; la variante acquarelli è attestata e non è da bollare come errore, ma è meno consigliata nei registri neutri e nei testi che puntano alla norma più condivisa. Se vuoi un ultimo riferimento, torna alla scheda “Acquerello o acquarello?” su Treccani: in una riga riassume la gerarchia d’uso che conviene seguire.

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Laureato in lettere classiche, formatore nel campo della comunicazione e grande appassionato di rete.

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