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di Luca Piccini

Buona Serata o Buonaserata – Come si Scrive

La formula corretta è buona serata, scritta staccata; la grafia buonaserata non è accol­ta dai dizionari e non rientra nell’italiano standard. È utile, per orientarsi, il confronto con buonasera: la voce è registrata come locuzione e come sostantivo (“dare la buonasera”), spesso in grafia univerbata; buona serata, invece, è un normale sintagma aggettivo + nome e resta separato. Lo si ricava sia dal lemma buonasera di Treccani (che mostra la univerbazione del saluto serale e il suo uso anche come nome), sia dal lemma serata, che documenta il valore pieno di “serata” come sostantivo; inoltre l’Enciclopedia dell’italiano distingue chiaramente le formule di saluto lessicalizzate (buongiorno, buonasera, buonanotte) dalle espressioni augurali letterali, tra cui “buona serata”.

Perché “buona serata” resta separato mentre “buonasera” si trova così spesso univerbato? La chiave è nella nozione di univerbazione: in italiano, sequenze frequenti e molto coese tendono, nel tempo, a fondersi in un’unica parola, e questo accade soprattutto quando l’espressione diventa un’unità lessicale con un significato d’uso autonomo rispetto alla somma dei componenti. La Crusca ricorda che la fusione grafica è un processo storico regolare, visibile in tanti composti (“in vece” > “invece”, “sopra tutto” > “soprattutto”) e anche nelle formule di saluto più cristallizzate.

“Buonasera”, infatti, non è solo l’aggettivo “buona” + il nome “sera”: è una formula di saluto (come “buongiorno” e “buonanotte”), al punto che può funzionare da sostantivo: Treccani lo dice esplicitamente (“come s. f., l’atto stesso dell’augurare: dare la buonasera”). È proprio questa fissione semantica a favorire la grafia unita; la stessa dinamica vale per “buongiorno”, che Treccani registra come locuzione e come nome (“dare il buongiorno”), con alternanza di grafia che la tradizione lessicografica documenta da secoli.

“Buona serata”, invece, non è un saluto lessicalizzato: è un augurio letterale, una frase di commiato che significa davvero “ti auguro che la tua serata sia buona”. In altre parole, “buona serata” non ha sviluppato lo stesso grado di coesione lessicale di “buonasera”; rimane un sintagma libero e, come tale, si scrive separato. L’Enciclopedia dell’italiano lo lascia intendere quando spiega che saluti come “buongiorno” e “buonasera” non “presuppongono la volontà di augurare… di passare una buona giornata o una buona serata”, perché il loro valore è convenzionale; “buona serata”, invece, è davvero un augurio, non una pura etichetta di apertura o di incontro.

Da qui discendono anche le sfumature d’uso. “Buonasera” si può dire quando ci si incontra nel tardo pomeriggio o di sera, ma anche quando ci si congeda; il lemma di Treccani lo indica esplicitamente (“incontrandosi o anche accomiatandosi”). “Buona serata”, per contro, è tipicamente un congedo: si dice uscendo da un negozio, chiudendo una telefonata, al termine di una mail; evoca il tempo che segue, non l’atto stesso del salutare. Nello scritto sorvegliato, dunque, “buona serata” resta sempre staccato, anche quando si impiega in posizione autonoma (“Buona serata!”).

A questo quadro si aggiunge un dettaglio grafico che spesso genera incertezza: l’oscillazione unita/separata per le formule di saluto non è generalizzabile. La Crusca spiega che in italiano molte sequenze possono oscillare e che il percorso frequente va dalla grafia separata all’unita, ma non per questo tutte le espressioni sono destinate a saldarsi. La coesione si stabilizza solo quando la locuzione diventa una parola “nuova” sul piano lessicale e morfosintattico. “Buongiorno” e “buonasera” hanno già compiuto quel percorso; “buona serata” no, e i dizionari non registrano buonaserata.

Qualcuno obietta: ma se scrivo “buona sera” o “buonasera”, che differenza c’è? Per la nostra questione la distinzione è solo di cornice: il dubbio riguarda “buona serata”. Per completezza, però, si può ricordare che per buonasera la lessicografia ammette entrambe le grafie (unita e separata) come formule di saluto, mentre l’uso sostantivato (“la buonasera”) esige la forma univerbata. A scanso di equivoci, un parere universitario aggiornato ribadisce che “buonasera/buona sera” sono equivalenti nel registro, con la unita oggi più frequente; ma questa oscillazione non si estende a “buona serata”.

Riassumendo la parte normativa: nel saluto serale la univerbazione è storicamente normale (“buonasera” e, in contesti analoghi, “buongiorno”, “buonanotte”); nel commiato augurale la lingua preferisce il sintagma libero (“buona serata”). La tendenza generale all’univerbazione esiste, ma non legittima grafie non registrate come buonaserata. Se capita di vedere #buonaserata in rete, è un uso da social o da etichetta, non un modello da adottare in testi sorvegliati.

Passiamo alla pratica d’uso, perché gli esempi valgono più di molte definizioni. In una mail di lavoro scriverai senza incertezze: “La ringrazio per la disponibilità e Le auguro buona serata”, chiudendo con una formula cortese e perfettamente standard. Se stai uscendo da un negozio, il commesso può salutarti con “Buona serata e grazie della visita”; il valore è chiaramente di congedo e l’espressione resta separata. In una telefonata con il medico, dopo aver fissato un appuntamento, è naturale concludere con “Perfetto, allora a domani; buona serata”, che è una chiusura garbata e lineare. Nei messaggi informali, la frase “Ci sentiamo dopo, buona serata!” rimane ineccepibile; anche se il tono scende di registro, la grafia resta la stessa. In un annuncio di un teatro potrai leggere: “Vi aspettiamo alle 20.30: buona serata con la nostra nuova stagione”, dove l’augurio si allarga a un pubblico generico ma conserva l’assetto sintagmatico.

Diverso l’impiego di buonasera, che è formula di saluto. Nel bussare alla porta dell’aula per entrare a lezione, si dirà semplicemente “Buonasera”, con l’iniziale maiuscola soltanto se sta all’inizio della riga, non per ragioni “onorifiche”. In un testo narrativo si legge senza stridori: “Entrò, posò il cappotto e disse ‘Buonasera, dottore’”, dove la parola funziona da interiezione. Nel linguaggio metanarrativo o saggistico, infine, la forma sostantivata è pienamente legittima: “Nelle campagne toscane è ancora consueto dare la buonasera agli sconosciuti che si incontrano sul sentiero”, con “buonasera” trattato come un comune nome. Qui la scelta univerbata è prescritta dal valore sostantivo; è lo stesso comportamento che si osserva con “buongiorno”: quando è nome (“il buongiorno si vede dal mattino”), si scrive unito.

Gli esempi si possono variare in molti contesti senza che la norma cambi. Nella cronaca: “Dopo la firma del protocollo, i due sindaci si sono dati appuntamento per un confronto a fine mese e si sono augurati buona serata”; in una pagina di costume: “Nell’epoca dei messaggi vocali, un buonasera garbato fa ancora la differenza all’ingresso di un locale”; in una comunicazione aziendale ai clienti: “Il servizio clienti è attivo fino alle 19; a quell’ora vi salutiamo con un buonasera e vi auguriamo buona serata”. Anche nelle formule di cortesia più elaborate, l’assetto non cambia: “La ringraziamo per la partecipazione e Le porgiamo i nostri saluti; buona serata” è impeccabile; “Buonasera, benvenuti all’inaugurazione” lo è altrettanto. Il confine è netto proprio dove nasce il tuo dubbio: buonaserata non ha cittadinanza nella prosa sorvegliata, né in quella informale accurata.

In conclusione, se la domanda è “Buona serata o Buonaserata?”, la risposta è: buona serata, sempre staccato. La confusione nasce dal contatto con buonasera, che come saluto può essere anche sostantivo e, per ciò, si univerba; “buona serata” non ha compiuto quel percorso di lessicalizzazione e rimane un augurio letterale, con grafia separata. Per i saluti serali d’apertura puoi usare buonasera (o, meno frequentemente e con tono più tradizionale, buona sera); per i congedi augurali userai buona serata. È esattamente ciò che indicano i lemmi e le trattazioni lessicografiche e ciò che si osserva nell’uso corrente.

Se vuoi un’ultima indicazione rapida, quando la formula è diventata nome (“la buonasera”, “il buongiorno”), la grafia unita è di regola; quando resta augurio letterale rivolto al tempo che segue, la grafia è separata (“buona serata”). Tenere distinto questo profilo semantico ti mette al riparo da ogni incertezza ortografica.

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Laureato in lettere classiche, formatore nel campo della comunicazione e grande appassionato di rete.

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